Homeschooling: succede anche a Cernusco?

L’educazione parentale è un fenomeno culturale di origine americana che negli ultimi anni ha riscosso grande consenso in Europa e in Italia ed è stato avvalorato dallo scrittore John Holt attraverso il libro Teach your own. Il termine homeschooling descrive il processo attraverso il quale i bambini crescono e imparano nel mondo senza frequentare obbligatoriamente le scuole, partendo dal presupposto che il pilastro della società è la famiglia, ed in quanto tale ha, oltreché il dovere di istruire i figli,  il diritto di formarli senza avvalersi dei metodi didattici dello Stato. Le famiglie promotrici di tale iniziativa – forse deluse dal sistema scolastico tradizionale – decidono quindi di offrire ai loro bambini l’opportunità di imparare e sperimentare “dalla vita” scegliendo – senza alcun obbligo di spazio e tempo – di apprendere in base alle proprie esigenze e attitudini all’interno di un ambiente casalingo, informale e, nelle intenzioni, anche armonioso e rispettoso delle peculiarità individuali.

Una vera e propria “rivoluzione del sistema educativo” e del ruolo della famiglia nella società, che pone i genitori stessi come insegnanti “fai da te” e interlocutori unici dei propri figli con l’ausilio, talvolta, di insegnanti esterni.

L’homeschooling si pone dunque come un mezzo alternativo per offrire ai ragazzi in età scolare (dai sei anni sino all’ingresso università) un’esperienza formativa ed esistenziale unica. I metodi educativi sono molteplici e discrezionali: dal Montessori  allo Staineriano, sino a quello più tradizionale e  ministeriale. Il materiale didattico è vario, rappresentato perlopiù da testi scolastici, ma il presupposto è che tutto può essere spunto di riflessione e argomento del giorno: non sussistendo limiti programmatici, ogni momento è lezione di vita e tema di discussione. Non sono previsti esami di idoneità ministeriali, se non nell’eventuale passaggio verso la scuola tradizionale e gli argomenti d’esame –  nella fase scolastica primaria – vengono stabiliti dalle famiglie. Legislativamente, la garanzia dell’assolvimento del dovere all’istruzione avviene attraverso l’autocertificazione dei genitori di avere le capacità tecniche e economiche per assolvere a questo delicato ruolo.

Molte di queste famiglie organizzano incontri tra loro o condividono lo stesso spazio, creando così momenti ludici e di confronto tra gli alunni, ma nonostante i presupposti che, tra il serio e il faceto – difficilmente in prima analisi un bambino rifiuterebbe per l’allettante condizione di non-obbligatorietà che tale sistema presenta –  questo stile di vita non gode di grande consenso popolare e scatena numerose diatribe provenienti da più fronti, sia a livello popolare sia da parte di esperti psicologi e pedagogisti.

Ciò che viene principalmente obiettato è l’isolamento interiore e sociale che lo studio parentale paventa: gli Home Students hanno apparentemente un livello di socializzazione nettamente inferiore a quello che la frequenza della scuola tipica permette e la sensazione è che i bambini vivano, in questo modo, un sorta di trappola affettiva mossa da un meccanismo iperprotettivo, inclusivo, fanatico e antisociale. Non di meno, la pericolosità di tale scelta metterebbe a repentaglio la capacità di “lavorare direttamente” sulle diversità, sui contrasti e gli scontri che inevitabilmente la vita scolastica reale e futura presenta.

Del resto, sebbene il sistema scolastico in Italia possa avere delle lacune e creare in molte famiglie disillusione e polemiche, molti sono gli insegnanti appassionati che svolgono con i ragazzi un lavoro eccelso e memorabile.Una lettura interessante e coinvolgente che pone al centro la scuola intesa come un contenitore di possibilità, è quella del professor Franco Lorenzoni, intellettuale e maestro elementare, autore del racconto antropologico I bambini pensano grande. Cronaca di una avventura pedagogica del 2014, che attraverso il dialogo con i suoi suoi allievi descrive il loro viaggio interiore ed esperienziale nei cinque anni di scuola elementare.  Attraverso un’intervista da lui rilasciata recentemente al portale Mamme a Milano.com, emerge che, oltreché essere apertamente in antitesi con il pensiero dell’homeschooling,  il suo modo di insegnare è emblematico, e rappresenta il motivo puro e originale che spinge a diventate insegnante.  Il suo intende essere un insegnamento innovativo, spontaneo e poetico. E’ il riflesso del mondo incantato dell’infanzia, ed ha l’obiettivo di insegnare ad apprendere in modo cooperativo dando un senso all’esistenza in quanto esperienza.  Princìpi – dunque – non dissimili da quelli dell’homeschooling, e nemmeno da quanto proposto e promosso da molti insegnanti che lavorano nelle scuole nazionali.

Gli anni dell’istruzione, se alimentati da insegnanti con una vera vocazione, vengono vissuti e ricordati in futuro dagli studenti – non solo come fatica ed impegno costante –  ma come presenza attiva, scoperta e gioia. Un bravo insegnante è chi educa, ovvero chi è in grado di estrapolare il meglio dai suoi studenti e abbattere in un contesto istituzionale quei muri di costrizione e giudizio contestati e rifiutati dai principi dell’Educazione Parentale.

Sarebbe interessante conoscere il punto di vista dei cernuschesi in merito, e se nella nostra città esistessero attualmente famiglie che hanno intrapreso questo percorso, noi de IlPunto24 saremmo lieti di conoscerli e andare a fondo del loro pensiero, perché per noi: “il confronto è progresso”.

Katia Ardemagni

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